Siamo quasi ad ottobre. Dieci mesi sono passati dalla fine del finanziamento pubblico ai partiti e dal fonte fundraising per la politica arrivano poche notizie. Mancano i fondi per il funzionamento dei partiti.  Qualcuno si è mosso con discreti risultati, altri con risultati pessimi e pericolosi.

Nessuna campagna nazionale di sensibilizzazione al sostengo della politica è stata ancora avviata. Chi dovrà sollecitare i cittadini alle donazioni? Chi farà capire ai cittadini che il finanziamento “pulito” della politica è fondamentale per la democrazia?

Non basta raccogliere 2 milioni di euro per far funzionare un partito di media grandezza. Servono molti più soldi e il fundraising, e non la “tradizionale” raccolta fondi, è ad oggi l’unica soluzione. Il 2 per 1000 è arrivato solo a quota 10 milioni di euro. Sono briciole. Serve molto di più.

Una recente indagine di Repubblica ha messo l’accento sui costi della politica. In sette anni il buco è arrivato a 200 milioni di euro. Tutti continuano a tagliare le spese, chiudere sedi, licenziare il personale. E’ questa la soluzione? Io credo di no. Il tesseramento è crollato. Vi siete chiesti perché? Secondo me no, perché le soluzioni ci sono.

Perché le feste di partito non rendono più le somme di una volta? Perché manca la partecipazione dei volontari alla vita dei partiti e delle locali sezioni? Le risposte ci sono ma a mio avviso non si vogliono trovare le soluzioni.

Il Partito Democratico spendeva nel 2010 oltre 97 milioni di euro, nel 2016 i costi sono stati ridotti a 29 milioni di euro e purtroppo questo non ha evitato accumulo di debiti. Forza Italia deve ai creditori oltre 100 milioni di euro (91 milioni a Silvio Berlusconi). I piccoli partiti stanno leggermente meglio ma il quadro è pessimo. La politica non era e non è pronta a dire addio agli aiuti di Stato e continua ad avere la convinzione che raccogliere fondi sia semplice, facile e non pericoloso.